Lo stato degli impianti di biometano in Italia: alcune considerazioni in vista di un nuovo decreto

Questo articolo si propone di esaminare lo stato di sviluppo del biometano in Italia, oggetto di 3 seminari on line, tra ottobre e novembre 2020, riprendendo alcuni ragionamenti fatti con Snam e Federmetano, in questa occasione. A oltre due anni dall’entrata in vigore del secondo decreto e a sette dal primo, i cui effetti erano stati pressoché nulli.

Certamente, in tutto questo tempo, il mercato ha preso piena conoscenza della realtà del biometano come importante e sostenibile fonte energetica, e sono molti i nuovi soggetti economici entrati in questo settore, la cui importanza è stata pienamente valorizzata da Snam, il maggiore operatore nazionale della rete gas.

Con il secondo decreto sul biometano, il legislatore ha fatto tesoro delle lezioni apprese con il primo, già a partire dal metodo. Il decreto è infatti nato al termine di sei mesi di concertazione con gli operatori interessati e presenta un’impostazione coerente e ben articolata, concentrata, secondo una logica condivisibile, sulla priorità alla destinazione ad autotrazione, alla luce del ritardo di questo comparto, rispetto agli altri settori delle energie rinnovabili, e senza dimenticarsi del punto di forza della filiera industriale nazionale nell’autotrazione a gas naturale.

Tuttavia, il bilancio di questi due anni, nonostante la crescita del numero degli impianti, rimane largamente al disotto degli obiettivi dichiarati.

In base ai dati di Snam, nei primi 7 mesi del 2020 sono stati immessi in rete 39 milioni di Smc di biometano, con una previsione per fine 2020 di 82 milioni.

In termini di CIC (Certificati di Immissione in Consumo), questi quantitativi copriranno appena il 30% del fabbisogno di biocarburanti avanzati previsto dall’obiettivo dello 0,9% per il 2020.

Manca la filiera agricola

A che cosa si deve questo ritardo? Essenzialmente al fatto che lo sviluppo degli impianti agricoli e soprattutto la conversione, in tutto o in parte, a biometano dei 1200-1400 impianti di biogas in assetto cogenerativo non è economicamente conveniente. In primissimo luogo per l’interpretazione restrittiva della lettera del decreto vigente sul biometano data dal GSE, in merito ai criteri di sostenibilità delle biomasse utilizzate, applicati non soltanto al biogas destinato a biometano, ma anche alla quota di biogas che continuerebbe ad essere utilizzata per la cogenerazione e remunerata con la tariffa onnicomprensiva. Di fatto, questa interpretazione costringe alla completa trasformazione del piano di alimentazione dell’impianto, nella maggior parte dei casi alimentato a mais, per passare all’utilizzo di sottoprodotti, energeticamente meno efficienti.

Ma, più in generale, l’enfasi data all’utilizzo di sottoprodotti restringe molto la fattibilità degli impianti agricoli, che molto raramente dispongono di quantità di sottoprodotti o scarti in misura sufficiente per raggiungere taglie sostenibili di investimento.

In sintesi, allo sviluppo del biometano manca in gran parte la fonte di alimentazione agricola, che, secondo tutte le stime, rappresenta non meno dei quattro quinti dell’intero biometano potenzialmente producibile. Come attivare dunque in modo più incisivo la filiera agricola?

Alcune proposte per il nuovo decreto

  1. Riconversioni facilitate

Il prossimo decreto sul biometano dovrebbe coprire l’arco temporale in cui verranno a cessare gli incentivi per il biogas elettrico. Pochi impianti potranno continuare a produrre elettricità in totale assenza di incentivi. Obiettivo primario dovrebbe essere quello del mantenimento in esercizio di questi impianti in un assetto che favorisca la conversione al biometano, in tutto o in parte.

  1. Incentivi per impianti di taglie minori

Per esempio, per impianti più piccoli, per esempio, sotto o sulla soglia dei 250 Smc/h, il prezzo dei CIC potrebbe essere garantito per un periodo più lungo, favorendo la bancabilità dei progetti. Questo permetterebbe di allargare considerevolmente la platea del mercato potenziale. Inoltre, la minore efficienza di impianti più piccoli potrebbe essere compensata da una migliore sostenibilità della filiera di alimentazione.

  1. Intervenire sui CIC

Oggi, come sopra indicato, i CIC, al prezzo garantito di 375€, vengono tutti collocati, fino ad esaurimento della disponibilità, mentre il fatto che non venga raggiunto l’obiettivo fissato per i biocarburanti avanzati non comporta alcuna sanzione per i Soggetti Obbligati (i fornitori di carburanti). Questo fa sì che la disponibilità di CIC avanzati si esaurisca, per mancanza di sufficienti quantità di biometano, senza che il prezzo fisso stimoli il mercato ad aumentarne la produzione.

Ma i CIC a 375€ favoriscono davvero il biometano?

Intenzione originaria del prezzo garantito dei CIC era favorire gli investimenti. Però la mancanza dell’obbligo sull’obiettivo per i biocarburanti avanzati non consente di scaricare sul prezzo la scarsezza di CIC avanzati.

Per come è concepito il decreto vigente, di fatto, il biometano può essere solamente avanzato. Nel senso che il biometano o è avanzato o non è proprio, perché il biometano non avanzato non è economicamente fattibile, essendo due volte penalizzato, dal prezzo di mercato delle biomasse e dalla decurtazione dell’incentivo.

Attualmente i CIC generati con il biometano vengono collocati a prezzo fisso, che però non è sufficientemente elevato da rendere economicamente attraenti investimenti in campo agricolo, dove le biomasse utilizzate hanno sempre un costo. Così, mentre tutti i CIC avanzati vengono collocati, il prezzo non svolge alcuna funzione regolatrice. Per incentivare efficacemente il biometano, il prezzo fisso dovrebbe essere alzato a livelli più alti, oppure l’obbligo percentuale di CIC avanzati dovrebbe essere reso cogente. In tal modo, il prezzo fisso continuerebbe a svolgere il ruolo di garanzia dell’investimento, ma la domanda di mercato potrebbe contribuire a farne salire il prezzo e a rendere più elevata la remunerazione. 


Il legislatore si è preoccupato di coprire il GSE dal rischio economico del mercato dei CIC, essendo fuori dalla missione di questo ente l’esercitare una gestione commerciale. Però, in questo modo è stato impedito al mercato di esercitare una funzione regolatrice. Poiché lo Stato ha comunque sempre la possibilità di garantire il GSE da perdite economiche di lungo periodo, agendo sull’obiettivo percentuale di miscelazione per i biocarburanti avanzati, sarebbe opportuno che un nuovo decreto operasse in entrambe le direzioni:

1) alzando sensibilmente il prezzo minimo garantito, per facilitare la bancabilità dei progetti 2) rendendo cogente l’obbligo di biocarburanti avanzati

In conclusione, è indispensabile, per dare sviluppo al biometano agricolo, prevedere una incentivazione mirata per il settore agricolo e in linea con gli obiettivi ambientali per la filiera agricola.

In questo senso, possono essere di riferimento le prosposte di FIPER/Consorzio Monviso Agroenergia.

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